La figlia del fondatore: «Ho sempre detto che sarei tornata a volare»

«Ho sempre detto che sarei tornata a volare. E se mi chiedono: vuoi entrare in Alitalia? Io dico sì. In qualche modo Itavia deve tornare a vivere. Mio padre aveva creato un mondo meraviglioso che è stato sfasciato».

Luisa Davanzali, figlia di Aldo, fondatore di Itavia e proprietaria con la sorella di una quota di circa il 50% della società, non si è fatta scoraggiare. Non dalla tragedia di Ustica, dallo stop successivo della compagnia aerea, dal danno alle altre attività, da 40 anni di processi, da lunghissime indagini e dalla infinita contesa con lo Stato per identificare le responsabilità.

Responsabilità civili che si riassumono in una sentenza definitiva, confermata dalla Cassazione nel 2018 e una sentenza esecutiva della Corte di Appello di Roma, pubblicata mercoledì. Corte che su invito della stessa Cassazione ha quantificato il danno ulteriore subito dalla società per la cessazione dell’attività e ha portato la cifra complessiva da liquidare ad Aerolinee Itavia S.P:A. a circa 330 milioni di euro.

Importo che dovrà essere liquidato dai ministeri di Difesa e Trasporti-Infrastrutture. Responsabili – secondo la sentenza civile – per non aver vigilato e garantito la sicurezza del volo. La nuova sentenza, però, non viene ritenuta congrua dai soci di maggioranza.

«I periti investiti dalla Corte di Appello – spiega il socio che possiede, attraverso la Finnat Fiduciaria, il 21% delle quote di Itavia – hanno valutato il solo danno del secondo semestre 1980, pari a quello adesso liquidato in sentenza. Ed è chiaro in termini di proporzioni che la cessazione definitiva dell’attività ha un valore molto più alto. Se per la ridotta attività del semestre è stato liquidato un danno pari al 30% del fatturato annuo, per la chiusura totale dell’attività il danno da liquidare avrebbe dovuto essere maggiore».

A complicare la vicenda, già intricata, è intervenuta, come spiega l’ex senatore Vincenzo Ruggero Manca, vice presidente della Commissione stragi durante la XIII legislatura, «l’abolizione della cosiddetta pregiudiziale penale, che ha portato a un’anomalia: i processi giudiziari hanno confermato due verità. In quello penale si è stabilito, dopo un’istruttoria e dibattimento di inusuale ricchezza, che, al di là di ogni più ragionevole dubbio, non è stato un missile a colpire il DC9. Nel processo civile, con la formula “del più probabile che non” e sulla base solo di due memorie (quella di parte civile e quella della difesa) si è stabilito che sia stato un missile a colpire l’aereo». Insomma, la vicenda non trova pace neppure dopo due sentenze definitive, ancorché in contraddizione.

«Con l’Associazione verità su Ustica faremo di tutto per opporci a questa sentenza civile» – spiega l’ex senatore Carlo Giovanardi, socio dell’associazione, da sempre convinto sostenitore della tesi della bomba. Se la polemica è ancora aperta, i Ministeri di Difesa e Trasporti, però, dovranno liquidare Itavia, come deciso dalla sentenza. E la nuova Itavia che cosa farà? «Io tornerei volentieri a volare – spiega al telefono il socio rappresentato da Finnat Fiduciaria, che preferisce non rivelare la propria identità -, e se venisse meno la voglia di investire in Alitalia da parte di soggetti terzi, Itavia potrebbe riassorbirne i resti e cercare partner per far restare in vita una compagnia Italiana».

Rosalba Reggio